Le recenti prese di posizione di Erri De Luca su Israele e Gaza (lo scrittore ha confermato di essere sionista e che a Gaza non è in corso un genocidio) e di Francesco De Gregori su Bruce Sprinsteen (il cantautore italiano ha criticato il collega statunitense per aver preso posizione contro Trump) stanno dividendo il web.
Molti sostengono che gli artisti debbano schierarsi contro le ingiustizie ed a favore dei più deboli utilizzando la propria visibilità a favore di battaglie per un mondo più giusto e più equo ed i più accesi sostenitori di questa tesi minacciano di non leggere più De Luca o ascoltare De Gregori; altri sostengono invece la tesi degregoriana secondo cui l’artista non dovrebbe occuparsi di politica ma solo della propria arte, perché il pubblico non avrebbe bisogno di essere sensibilizzato, ma sarebbe già sensibile per conto suo. De Luca non rientrerebbe neanche in quest’ultima categoria, lui si è schierato ma, secondo l’opinione pubblica, dalla parte sbagliata, quella degli oppressori.
Gli artisti devono limitarsi ad emozionarci con le loro parole, le loro note, i loro gesti? La vita artistica e la vita personale non vanno sovrapposte? In linea di principio forse dovrebbe essere così, ma poi anche se accettassimo questa linea riusciremmo ad applicarla?
Posso continuare a leggere De Luca sapendo che non ritiene quello di Gaza un genocidio?
Posso ascoltare due album capolavoro della musica italiana come Rimmel o Titanic senza pensare che De Gregori non vuole esporsi e magari non lo fa per opportunità?
Io non riesco a perdonare a Fiorella Mannoia di aver ceduto i diritti di una sua canzone per uno spot di Enel…
Forse l’uomo e l’artista non sono due parti inscindibili, forse l’una influenza sempre l’altra. Vogliamo sognare ma forse vogliamo anche sapere che chi ci fa sognare condivide i nostri valori.
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