Giorgia Meloni sta facendo le pulizie di primavera. Non erano ovviamente previste ma la batosta del referendum richiedeva qualche cambiamento.
L’analisi del referendum ci dice che una parte di NO è un voto politico, contro il governo; una parte di NO è a difesa della costituzione, alla quale gli italiani tengono molto (come già il referendum Renzi ci aveva indicato); un’altra parte di NO è riconducibile al fatto che la separazione delle carriere non era necessaria: la Legge Cartabia ha infatti ridotto ad uno 0 virgola i passaggi di carriera e la modifica di 7 articoli della costituzione per 30/40 magistrati l’anno che cambiano casacca non era giustificata; una parte di NO è legata al fatto che molti hanno compreso, dopo le esternazioni della capo di gabinetto di Nordio e della stessa Meloni, che il referendum era contro i magistrati; infine una parte di NO è legata al fatto che la volontà di istituire un’alta corte per giudicare i magistrati da parte di un governo che contava un ministro indagato e con un rinvio a giudizio ed un sottosegretario condannato in primo grado non era molto credibile.
L’ultimo punto giustifica le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi e soprattutto della Santanché, la quale con il referendum non c’entrava nulla. Mancherebbero le dimissioni di Nordio il quale sebbene si sia presentato in parlamento e si sia preso la responsabilità ha escluso di lasciare.
Tuttavia è ovvio che i componenti del governo che hanno lasciato sono capri espiatori e che le dimissioni più giustificate sarebbero quelle di Meloni. Anche perché il NO sarebbe stato anche più ampio se i fuori sede avessero potuto votare, visto che si tratta soprattutto di giovani che studiano in altre città ed i giovani sono stati determinanti nella vittoria del NO.
Le dimissioni di Meloni, a meno di grandi scossoni nell’esecutivo, non arriveranno, ma ne sono seguite altre: quelle del capogruppo di Forza Italia al Senato, Gasparri, richieste probabilmente da Marina Berlusconi.
Meloni potrà recuperare utilizzando questo anno di governo rimanente per fare almeno una delle cose che aveva promesso. Dovrà pensare seriamente (con riforme strutturali e non mancette di pochi mesi) soprattutto all’economia del paese perché, senza PNNR e con la crisi energetica provocata dalla guerra, la recessione è quasi sicura.
Solo per essere pronta nel caso il centrosinistra riuscisse a mettersi d’accordo.
Se il centrosinistra continuerà a litigare, e a non rappresentare una alternativa con un programma ed un leader credibili, gli elettori che non si riconoscono in questo governo rimarranno a casa e le prossime elezioni saranno comunque alla portata di Meloni grazie alla grossa parte dell’elettorato innamorata come un adolescente che la sostiene a prescindere ed alla fetta di elettorato liberale che la vota con il naso tappato.
E questo referendum rimarrà solo un piccolo inciampo.



